lunedì 10 novembre 2008

Miriam Makeba racconta sé stessa

Giugno 2008, Milano
Intervista a Miriam Makeba
di Luciano Minerva


Quando lei ha iniziato a cantare in Sud Africa era giovanissima e scoprì che le sue canzoni davano informazioni sulla gente e alla gente…

Io non ho scoperto nulla. Noi in Sud Africa cantiamo tutto ciò che ci accade ogni giorno. Se oggi accade qualcosa, domani cinque, dieci o quindici cantanti canteranno in canzoni tutte diverse ciò che è accaduto ieri. Dunque noi raccontiamo nelle nostre canzoni ciò che ci accade.

Quando arrivò negli Stati Uniti lei scoprì che si poteva raccontare nelle canzoni la storia e le questioni del Sudafrica. Quando ha capito che la sua era una missione?

Non l’ho mai fatto in modo consapevole. Come le dicevo, raccontare le storie del Sudafrica per noi è una cosa normale. Cantiamo sempre qualcosa che è accaduto ieri nella nostra vita. Come lei sa, in Sudafrica le razze erano separate, c’erano i bianchi, gli indiani, africani, neri e quelli che chiamano coloureds, meticci. E poi i cinesi e i giapponesi, che venivano chiamati “bianchi onorari”. Tutte queste persone erano separate. C’erano i negozi cinesi, che avevano negozi all’interno della nostra comunità, e noi compravamo da loro perché loro avevano i soldi per mettere su dei negozi e portare della merce per noi. Ma noi tutti vivevamo in aree separate. Poi si arrivò al Group Areas Act, una legge creata sotto il Governo pro-Apartheid.
Dunque qualsiasi cosa accada oggi, noi componiamo una piccola melodia, per raccontare a modo nostro ciò che accaduto, con le nostre parole. Quando sono venuta in Italia per la prima volta, nel 1959, sono stata a Venezia, per presentare al festival del cinema un film dal titolo “Come back Africa”. Un film girato underground in Sudafrica. Non sapevo che avesse una valenza politica, a me fu solo chiesto di partecipare e di cantare due canzoni, le stesse che cantavo nel film. In seguito, in tutti i Paesi dove il film e’ stato presentato io sono stata invitata per un’audizione. Si trattava di un film documentario. In Italia la presentazione fu fatta al Lido di Venezia. Era la prima volta che venivo in Italia e il film vinse il premio della critica. Non potevo andare a fare shopping perche’ ogni volta che salivo su di una gondola tutti volevano salirci insieme a me e rischiavamo di affondare. E questo perche’ non c’erano in giro molte persone di colore con i capelli corti e io rappresentavo una novità nel 1959 a Venezia. Ero spaventata perché era la prima volta che venivo in Europa e vedendo la gente che mi seguiva mi chiedevo “cosa mi vorranno fare?” C’era anche chi veniva in hotel con i propri figli e i bambini mi toccavano per vedere se il colore veniva via. Mi chiedevano anche di chinarmi per passare la mano sui capelli e accertarsi se fossero duri o morbidi. Dunque ero sempre chiusa nella mia stanza perché ero stanca di tutto ciò, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che poiché non c’erano qui molte persone come me, chi mi incontrava rimaneva sorpreso. C’era un’altra donna nera, ma lei aveva i capelli lunghi, era americana, si chiamava Marpessa Dawn e presentava il film “Orfeo negro”. Eravamo entrambe nere, ma molto diverse. Lei sembrava indiana con i suoi capelli lunghi e lisci mentre io avevo i capelli rasati a zero. Questa e’ stata la mia prima esperienza in Italia.

Negli Stati Uniti invece i neri c’erano, ma in alcuni Stati c’era l’apartheid…

Io non lo sapevo perché da noi in Sudafrica eravamo abituati e vedere film con gente di colore come Lena Horn, e noi avremmo voluto essere come loro, non sapendo che quegli attori subivano lo stesso apartheid che subivamo noi in Sudafrica. Dopo essere stata in Italia mi spostai prima a Londra poi a Parigi. Quando lasciai Londra nel novembre 1959 partii per gli Stati Uniti per partecipare al Steve Allen Show. Era uno spettacolo serale domenicale visto praticamente in tutti gli Stati Uniti. Il giorno dopo mi esibii in un piccolo jazz club il “Village Vanguard”. Fui sorpresa quando arrivai a New York da L.A. - perche’ lo show di Allen era a Los Angeles - e tutti mi guardavano e mi chiedevano “E’ lei la ragazza sudafricana del Steve Allen Show?” e io timidamente e con imbarazzo rispondevo di sì . “Oh lei e’ stata meravigliosa!” Allora capii che tante persone guardavano il Steve Allen Show e mi avevano visto. Quella fu dunque la mia prima esibizione negli Stati Uniti. La seconda fu nel club dove tutti i grandi artisti vennero a vedere l’esibizione di questa donna sudafricana. Non avevo musicisti, così Belafonte mi aiutò a trovare tre musicisti. Provai con loro cinque canzoni. Inizialmente avevamo deciso che ne avrei cantate quattro poi sarei uscita di scena e sarei rientrata per cantare la quinta. In realtà ne provammo delle altre e dovetti spiegare loro i ritmi delle mie canzoni, cosa difficile per me perché io non leggo e non scrivo musica, ciò che canto viene semplicemente dal mio cuore. Con il mio esordio al Village Vanguard, ottenni straordinarie recensioni sui giornali di tutti gli Stati Uniti e questo – insieme al contributo di Belafonte naturalmente – contribuì a far conoscere il mio nome. Quindi iniziai a fare il giro delle Università. Andai a cantare nella maggior parte delle università americane, insieme a un nuovo gruppo il “Chad Mitchell Trio”. Viaggiavamo insieme. Avemmo diversi problemi in alcuni degli Stati perché l’Apartheid era molto forte, dunque per esempio non potevamo stare nello stesso Hotel. Loro andavano negli alberghi per bianchi. Se loro provavano a venire dove mi trovavo io, erano molestati. Dunque restavano negli alberghi per bianchi e io andavo in quelli per neri. Poi ci incontravamo per provare insieme sul palcoscenico. Solo allora mi resi conto… “Allora non siamo i soli, anche qui c’è la segregazione”.

In quel periodo lei incontrò anche Martin Luther King…

Belafonte era molto impegnato nella lotta per i diritti civili, dunque ovunque lui si esibisse, mi chiedeva di accompagnarlo. Mi presentava e io cantavo una o due canzoni da sola. Il che mi permise di raggiungere un pubblico più vasto perché lui era molto conosciuto e amato, uno dei più grandi artisti d’America . Il mio pubblico crebbe e andammo ad Atlanta per unirci a Martin Luther King in uno dei suoi raduni. In seguito incontrai altri grandi artisti americani. Al Madison Square Garden c’era anche Marilyn Monroe e poi Martin Luther King e il presidente Kennedy…
...tutto questo accadeva intorno a me e io mi dicevo “come mai tutto questo succede proprio a me? Una piccola donna che viene dal Sudafrica dell’apartheid?” Capisce?
Era spaventoso, ma nello stesso tempo piacevole vedere come si potesse d’un tratto diventare qualcuno. Tutto questo fu molto positivo per me. Naturalmente non mi fu mai permesso di stringere rapporti con loro, non essendo io una cittadina degli Stati Uniti. Comunque mi esibivo negli stessi luoghi dove loro si esibivano, in occasioni come i grandi incontri sportivi e di altro genere. Questo mi permise di incontrare moltissime persone.

Un giorno lei andò all’Ambasciata del Sudafrica, e scoprì che, con un timbro sul passaporto, era stato decretato il suo esilio…

Lo scoprii in occasione della morte di mia madre nell’agosto del 1960. Io avevo lasciato il Sudafrica nell’agosto del 1959, ero lontana dal mio paese già da un anno, ma io e mia madre ci scrivevamo spesso. Avevo già avuto mia figlia, all’età di diciotto anni e, partendo, l’avevo affidata a mia madre. Nelle lettere lei insisteva affinché io prendessi mia figlia con me, poiché io non potevo tornare a casa. Quando mia madre morì, mia figlia aveva circa otto anni e mezzo, per fortuna riuscii in seguito a farla arrivare da me.
Ero andata in ambasciata con l’intenzione di partire per partecipare ai funerali di mia madre e fu lì che scoprii di non avere più un passaporto.
Non mi ci volle molto per ottenere una carta verde, grazie soprattutto all’aiuto di Harry Belafonte e di quel po’ di popolarità che mi ero conquistata. Mi concessero subito questa carta verde che in America sancisce lo status di residente, ma non di cittadino. Con quella carta verde non potevo viaggiare, dunque quando mia madre fu sepolta io non potei esserci.
Ci ho messo anni per tornare a casa e per poter finalmente andare sulla tomba di mia madre.
Come dicevo, ero riuscita a far venire mia figlia in America dove lei ha fatto tutti i suoi studi. E’ morta in Guinea nel 1985. Era la mia unica figlia. Non riuscii mai ad averne un secondo.
Nel frattempo, anche mio fratello mi scriveva dicendomi di non venire, di non tornare a casa, perché la polizia segreta si presentava a casa nostra ogni giorno
chiedendo quando era previsto che tornassi. Piangevo, ma non c’era alcuna possibilità che io tornassi a casa.
Nel 1990 finalmente, dopo il rilascio di Nelson Mandela, che ancora non era stato eletto presidente, riuscii a fare ritorno a casa. Il giorno del suo rilascio chiamai la moglie Winnie per dirle quanto fossi felice per la liberazione del marito e lei me lo passò al telefono. Ci salutammo e lui mi chiese subito dov’ero e io risposi “sono in Spagna”. Ero a Madrid per uno spettacolo. Lui mi disse “devi venire a casa” e io gli risposi che avrei tanto voluto, ma che non avevo più un passaporto sudafricano. Anzi, non avevo più un passaporto. Mandela mi chiese dove vivevo. Io, all’epoca, vivevo in Belgio, a Bruxelles. Lui mi disse di andare all’ambasciata sudafricana a Bruxelles e di dire che Mandela mi aveva ordinato di andare a casa.
Così andai in ambasciata. L’ambasciatore era un uomo di origine indiana. Quando gli comunicai la mia intenzione di tornare a casa, lui mi guardò e disse che il mio nome era ancora sul computer… “Il computer ?” dissi io che di quelle cose non capivo niente, e aggiunsi: “ E che ci faccio nel computer ?” . Lui mi spiegò che il mio nome era catalogato nel computer fra i soggetti indesiderati in Sudafrica. Io gli chiesi cosa avessi mai fatto per essere stata schedata in quel modo. Lui mi rispose che questo diceva il computer e quindi era così. Candidamente gli chiesi di “dire” al computer che volevo andare a casa. Lui si mise a ridere.
All’epoca, il presidente del mio paese era Declerk, che fece un viaggio in Europa e venne in visita di stato a Bruxelles. Decisi di incontrarlo. In quell’occasione erano stati invitati molti ambasciatori sudafricani, ma io non ero nessuno e quindi non ci potetti andare.
Però gli ambasciatori africani li conoscevo tutti, la maggior parte li avevo incontrati quando ero andata in tournée nei loro paesi per fare uno spettacolo o perché invitata dai loro capi di stato. L’ambasciatore dello Zambia mi invitò a casa sua e mi raccontò tutto quello che era successo in quegli anni. Io gli dissi che avrei tanto voluto che convocasse tutti i suoi colleghi ambasciatori e promuovesse una conferenza stampa per me. Volevo che tutti sapessero dalla mia viva voce che Baba Mandela mi aveva detto di tornare a casa, ma che non avevo potuto farlo perché “ero nel computer”.
Se lui avesse sponsorizzato questa mia conferenza stampa, sarebbe stata anche un’occasione per raccontare la mia vicenda alla stampa belga.
La notizia giunse all’orecchio dell’ambasciatore del Sudafrica, il quale mi chiamò immediatamente perché, improvvisamente, dovevo ritirare il mio passaporto.
Nel frattempo avevo ottenuto anche un passaporto francese con l’aiuto della signora Mitterrand. Fu quello che usai, dove aver preso il visto, per tornare la prima volta a casa.
Quando tornai indietro dal Sudafrica passai dalla Gran Bretagna e lì la mia ambasciata mi rilasciò finalmente un passaporto sudafricano.

Lei è probabilmente tra le persone che hanno più passaporti al mondo…come mai?

Io credo che molti dei paesi che mi hanno concesso un passaporto fossero solidali con me e con la nostra situazione in Sudafrica. Attraverso me, volevano esprimere la loro solidarietà verso i cittadini del Sudafrica. Almeno, io credo questo. Ho avuto nove passaporti di nove paesi africani prima che arrivasse il decimo passaporto rilasciato da Cuba in occasione di una tournée nel 1972. Il presidente Fidel Castro mi consegnò un passaporto sul palcoscenico all’Havana. Quello fu il mio decimo passaporto.

Lei dice che tutto nella sua vita ha a che vedere con la politica. Ogni singola canzone d’amore parla anche di libertà. Quindi la politica è entrata nella sua vita anche se non si è trattato di una scelta volontaria…
Non ho mai fatto politica e tuttora dico che non ho niente a che fare con la politica, benché io sia stata “schedata” come la cantante che fa canzoni politiche. Ma io dico alla gente che questo non è vero, io non canto roba politica. A malapena riesco a descrivere la nostra realtà. Quando dico che siamo segregati, quando dico che nel mio paese noi neri viviamo in luoghi diversi dagli altri, non dico altro che la verità. Non è politica questa. Descrivo solo la realtà. Se questo poi viene usato in politica…così sia, non posso farci niente, perché se vivo a Soweto nessuno può costringermi a dire che vivo da un’altra parte. Lei ha idea di che cosa sia Soweto ? Andare a Soweto ? Se non sai dove andare non arrivi mai, perché non è una città, è un agglomerato di township, sobborghi abitati dai neri messi insieme alla meglio e chiamati South-Western Townships, ovvero So-we-to.
Di politica non so nulla. Leggo, mi limito a leggere. Nel 1994, poco dopo la nostra indipendenza, mi fu chiesto di presentarmi in Parlamento, per le elezioni politiche, e io risposi : “Che cosa ? Io in Parlamento ? E che cos’è il Parlamento? “.
Io che non ho mai neanche visto i cancelli di un’università, perché non sono andata tanto avanti negli studi, che cosa ci starei a fare in Parlamento ? Cos’è mai questo Parlamento ? La proposta era stata fatta a me e a un’altra cantante, bianca. Lei accettò, ma non durò neanche tre mesi. Si arrese. Io non ci ho neanche provato, perché in ogni caso non mi rendevo conto di cosa stesse succedendo, e non mi piace fare una cosa senza capire cosa sia. Cantare, sì, di quello sono capace. Voglio rimanere la cantante che sono.

Come ricorda il suo ritorno in Sudafrica?

Come dicevo, sono tornata in Sudafrica con un passaporto francese e accompagnata dal mio manager che, all’epoca, era un giovane di Reggio Emilia Roberto Meglioli. Lui mi disse che non potevano mandarmi da sola. Che ne sarebbe stato di me ? Mentre lui era italiano, aveva il suo passaporto italiano, rischiava giusto di essere buttato fuori dal paese. Ma nel caso io fossi finita nei guai, lui avrebbe sempre avuto la possibilità di tornare indietro e raccontare l’accaduto. E così venne laggiù pagandosi il biglietto. Durante il viaggio non riuscii a dormire. Di solito, in aereo, dormicchio in continuazione. Ma ero emozionata e avevo anche paura. Non avevo idea di cosa mi sarebbe successo. E’ vero che Mandela era stato rilasciato dal carcere, ma non si sa mai…Arrivammo il mattino presto, erano le cinque. Una giovane signora nera si occupò di noi all’arrivo e questo mi meravigliava molto, perché all’epoca in cui io avevo lasciato il Sudafrica una cosa del genere non esisteva. Ci indicò la strada e noi salimmo su per delle scale fino a una stanza. Lei bussò alla porta. Ero inquieta, pensavo al peggio, mi chiedevo come mai tutta la gente andasse da una parte e noi invece dall’altra. Il cuore mi batteva all’impazzata. Cosa stava per succedermi?
La porta si aprì e la stanza era piena di artisti sudafricani e di persone care. C’era mio fratello, lo vidi subito. C’erano anche altri parenti. Subito intonarono il nostro inno nazionale Nkosi Sikelel’ Iafrika.
Piansi. Piansero tutti. Qualcuno mi fece sedere su una sedia. Quando uscimmo da quella stanza, fui sorpresa di vedere tante automobili in fila, tutte venute lì per
darmi il benvenuto a quell’ora della mattina.
Molti mi seguirono fino a casa di mio fratello. Il vicinato si chiedeva cosa stesse succedendo. In un baleno fui attorniata da bambini, grandi e bambini in quantità. Tutti mi festeggiavano, erano felici, circondarono la casa di mio fratello…e io piangevo.
Misi giù le valige e andai sulla tomba di mia madre. Fu mio fratello ad accompagnarmi, io non sapevo dove fosse. Mi seguiva un corteo di amici artisti guidato da Brenda Fassie e da Hotstix Sipho Mabuse. Arrivammo alla tomba, io mi sedetti sulla lapide e non feci altro che piangere. Mi scusai, spiegai loro che non avevo potuto essere presente ai funerali. Mi riaccompagnarono a casa.
Quella sera, nel municipio della mia township, la White City, ci fu un’assemblea religiosa. Il sacerdote pregò per me e tutti pregammo con lui. Non c’erano pedane, e quindi mi fecero salire su due tavoli in modo che tutti potessero vedermi. La gente gridava che era venuta per vedermi. Mi chiesero di cantare per loro e io cantai un paio di canzoni. Poi ascoltammo il sacerdote e infine tornammo tutti nelle nostre case.
Il giorno seguente mi portarono in visita al locale della fondazione a cui noi artisti sudafricani avevamo dato vita per permettere ai giovani di accostarsi alla musica offrendoci noi stessi come insegnanti volontari. Avevamo affittato un locale e facevamo sempre raccolte di fondi per mandarlo avanti. C’erano anche tanti bianchi che ci aiutavano. Lavoravano in Sudafrica, non sempre nel ramo, ma venivano lì se erano in grado di insegnare musica, canto o recitazione ai giovani.

Lei era molto famosa in Sudafrica nonostante fosse proibito ascoltare le sue canzoni…

Nel mio paese ero stata messa al bando. La mia musica era stata messa al bando. Ma la gente andava nei paesi vicini come il Botswana, o lo Zambia - che all’epoca si chiamava Rodesia del Nord. Lo Zambia divenne poi indipendente nel 1964 e la Rodesia del Sud si chiamò Zimbabwe - . Andavano anche a Lorenzo Marques, in Mozambico, e quando questo divenne indipendente nel 1975, fui invitata a prendere parte ai festeggiamenti. Dall’Europa dunque mi recai in Mozambico e le assicuro che essere a un passo dal mio paese senza poterci andare era terribile. Nel 1968 ero stata anche in Zimbabwe invitata dalla signora Mugabe, che ora è morta, e di nuovo mi trovavo vicinissima a casa mia, ma ancora una volta nell’impossibilità di andarci.
Tornando a prima, la gente aveva la possibilità di andare nei paesi vicini e di trovare lì i miei dischi. Li suonavano, e mi è stato raccontato che moltissimi sono stati arrestati per aver suonato la mia musica. Non volevo crederci. Come si può arrestare qualcuno perché ascolta la musica ?
Quando tornai a casa però, mi resi conto di questi fatti, perché quando andavo in giro a passeggio, oppure nei negozi, la gente mi afferrava e piangeva, mi chiedeva se poteva toccarmi, stare con me per un momento. Poi mi dicevano : “lo sa che mi hanno arrestato perché ascoltavo la sua musica ?”. All’inizio ero incredula, ma dovetti crederci. Prima di tornare a casa ero convinta che non fosse vero.
Prima del mio ritorno incisi, insieme con Roberto, un disco chiamato Welela. Le musiche erano di mio nipote Nelson Lee, allora giovanissimo, e che è qui ora. Scrisse una canzone per me e io aggiunsi le parole. Divenne un grande successo nel mondo intero. Quasi come Pata Pata, ma non esattamente. Così, quando nel 1990 tornai a casa, quella canzone era ormai famosissima in Sudafrica. La casa discografica Gallo offrì un piccolo ricevimento in mio onore e mi assegnarono il disco d’oro. Una grande soddisfazione portare a casa un disco d’oro senza ricevere un soldo! Del resto, neanche con quel successone che era stato Pata Pata avevo mai visto un soldo!
Questo perché nel mio paese nessuno aveva mai saputo che esistevano i diritti d’autore e altri diritti dovuti a chi scriveva o a chi cantava. Nessuno sapeva niente. La casa discografica pubblicava i nostri pezzi e a noi non spettava niente.

Mi vuole dire che non le hanno mai pagato i diritti per Pata Pata ?

Non ci ho fatto un centesimo con quel disco. Sarei dovuta diventare una miliardaria, perché Pata Pata è diventato un successo mondiale. E non solo quello : sono stati numerosi i musicisti e i cantanti, come Silvie Vartan, che hanno avuto successo con il mio pezzo. Forse, almeno loro, ci hanno guadagnato! Io di certo no!
A volte penso che ci sarebbe da piangere, ma poi mi dico che non servirebbe a niente, meglio riderci sopra. Piangere richiede troppe energie, una bella risata costa meno !
Dunque, tornando al mio disco d’oro, è grazioso, l’ho messo da parte… In America mi hanno dato un Grammy Award per uno degli album incisi con Harry Belafonte.
Si intitolava “An Evening with Belafonte and Makeba”. Nel 1965 mi assegnarono il Grammy per questo disco e non so dove sia andato a finire. Sto cercando di farmene fare una copia, giusto così, per ricordo. All’epoca avevo diversi manager e case discografiche e non so chi l’abbia preso!
E già, la mia vita è stata sempre così. L’ho detto più volte, la mia vita è stata come uno yo-yo: un momento costretta a fare l’autostop, il momento dopo addormentata fra lenzuola di seta in qualche residenza presidenziale o in casa dell’imperatore Hailé Selassié e poi di nuovo, il giorno dopo, costretta a spostarmi in autostop. Per non parlare del fatto che, in certi paesi, se hai la pelle nera ti dicono di smammare e poi danno un passaggio a un bianco poco più in là. Così è stata la vita per alcuni di noi.

Anche negli stati Uniti ha prima avuto un grande successo e poi è stata messa al bando.

No, questo non è vero.

Mai suoi concerti…

Negli Stati Uniti nessuno mi ha mai messo al bando ufficialmente. Non mentirei su una cosa del genere. Non sono mai stata messa al bando.
Quando sposai Stokely - nel 1968 mi ero fidanzata con Stokely Carmichael che poi scelse di chiamarsi Kwame Toure e ci sposammo quello stesso anno - molti degli spettacoli per i quali ero stata ingaggiata furono annullati, forse perché ai proprietari di quei locali non piaceva Stokely a causa della sua apertura mentale…vede, Stokely era un giovane molto brillante che si batteva con passione per la liberazione dei neri. E se oggi, in America, i neri vengono chiamati afro-americani, questo si deve proprio a Stokely. Oggi non siamo più dei “negri”, siamo gli afro-americani.
Se i cittadini di origine irlandese possono essere chiamati irlandesi-americani, noi che veniamo dall’Africa, perché mai dovremmo chiamarci negri e non afro-americani?
La folla lo applaudì per questa idea e, ancora oggi, uno come Barak Obama, il candidato democratico, si definisce afro-americano. Sono tutti discendenti di noi africani e le dirò che da noi, in Africa, questo fatto è molto apprezzato. Personalmente io credo che sia stato giusto chiamarci così e non in altri modi.

Come vede la candidatura di Obama ?

Mi piace molto, spero che ce la faccia. A tratti uno stenta a credere che potrà farcela, tuttavia, come si dice, nella vita i miracoli non finiscono mai e se dovesse farcela la maggior parte di noi sarebbe pazza di gioia. E cosa ci sarebbe poi di strano? Gli Afro-Americani hanno tanto contribuito alla crescita e alla gloria di questo paese che non c’è ragione di non avere un presidente nero. Dicono che sia un paese libero, dicono che c’è libertà di espressione… insomma, sarebbe un bellissimo e grande cambiamento anche per gli stessi americani !

Si aspettava i cambiamenti avvenuti in Sudafrica?

E perché no? Anche noi non avremmo mai creduto di poter avere il nostro Nelson Mandela al potere, eppure ce l’ha fatta, e ora abbiamo Thabo Mbeki. Un domani forse arriverà anche da noi un bianco che vincerà le elezioni…perché no ? Se le vince le vince, non ci sarà altro da dire. Sarà un fatto nuovo da accettare. Tuttavia, se dopo decenni e decenni abbiamo presidenti che appartengono alla maggioranza della popolazione non ci dispiace, in fondo da noi è sempre stata la minoranza a governare…e perché mai una minoranza non dovrebbe governare negli Stati Uniti ? Il paese della libertà e della libertà di parola?

Lei dice nel suo libro: “la mia vita è stato un continuo avverarsi di magie africane”

Beh, non riuscivo a credere alla metà delle cose che mi stavano succedendo…mi sembrava tutto un incantesimo, proprio una magìa. Perché io venivo dal nulla e oggi basta nominare il Sudafrica e la gente associa il nome del paese a Miriam Makeba o a Nelson Mandela. Tutto questo venendo da niente !!! Non so se sia o meno magìa africana, ma una magìa lo è di certo, anzi, un miracolo.
Io prego sempre, eppure non vado in chiesa tutti i giorni, non potrei farlo visto che non vivo mai a lungo nello stesso posto.
Eppure ogni giorno mi inginocchio, a casa o nella mia stanza d’albergo e prego Dio Onnipotente, oppure prego i miei cari, i miei antenati. Perché vede, noi crediamo che chi ci è stato vicino ed è morto prima di noi per andare non si sa dove, ma di sicuro più vicino al Creatore, abbia la facoltà di intercedere per noi presso di lui affinché ci conceda vita, salute, e tutto il bene possibile.

Quando lei canta, lei considera il palcoscenico come un mondo perfetto…

Quando sono sul palcoscenico e canto, sono la persona più felice del mondo, anche se canto una canzone triste.
Sono felice di avere questa possibilità di esprimere quello che sento nel profondo del cuore e che viene fuori nelle parole delle mie canzoni.

Quando è sul palcoscenico lei dimentica tutto…

Sono arrivata al punto di dire ai miei musicisti “oggi non abbiamo cantato questa o quella canzone”. Loro mi hanno risposto stupefatti che invece l’avevamo cantata. Non potevo crederci, ma devo dedurne che dimentico completamente me stessa e che metto tutto quello che ho in quelle note. Non sono un’attrice e non avrei mai potuto esserlo, non sarei capace di trasformare me stessa in un’altra persona, ma quando canto una canzone, la mia mente e il mio cuore diventano una cosa sola con le parole di quella canzone. Ma fingermi un’altra no, questo non credo che potrei mai farlo, sono troppo timida per stare di fronte a una camera sforzandomi di cambiare per impersonare qualcun altro.
Una particina l’ho fatta nel film Sarafina recitavo la parte di una donna di servizio, la madre di Sarafina…Non mi è parso di aver fatto una gran cosa. Non che fosse niente di così anormale, dopotutto da giovane ero stata anche una donna di servizio, quindi mi sapevo anche districare in quel ruolo, ma non credo proprio di essermi “trasformata” nella madre di Sarafina. La recitazione proprio non è il mio forte.

Un’ultima domanda, lei è stata così generosa da dedicarci tutto questo tempo… tre anni fa, nel 2005, lei ha dato inizio all’ultima tournée di Miriam Makeba, ma da allora l’abbiamo spesso rivista sul palcoscenico…

Nel 2005 dissi che non volevo più cantare perché ero stanca e soffrivo di artrite - avrà notato che cammino con il bastone -. Volevo finire gradatamente, fino a scomparire del tutto. Appena cominciai a diffondere questa voce però, la gente dei paesi dove ero stata cominciò a chiamarmi, e tutti insistevano perché io facessi un’ultima tournée anche lì, per salutare tutti, proprio tutti.
Di questo passo, non so proprio quanto dureranno questi miei addii, considerando quanti sono i paesi che ho visitato in tutto il mondo.
Non credo che ce la farò ad andare proprio dappertutto per dire addio. Sono stanca, il 4 marzo scorso ho compiuto 76 anni, e non penso che ce la farò ancora per molto. Se poi dovessi farcela…Alleluia !

Traduzione di Anna Mezzina

3 commenti:

upuaut ha detto...

Grazie per aver postato questa intervista e per le foto. Ho linkato l'intervista - molto bella - e mi sono permessa di usare una delle tue foto nel post, spero non ti dispiaccia. :)

Anonimo ha detto...

Comovente questa intervista a Makeba,
un saluto a te mamma africa grazie di essere stata fra di noi.

Un tipo serio

Anonimo ha detto...

Comovente questa intervista,
grazie mamma africa di essere stata
fra noi.